martedì 27 gennaio 2026

La democrazia è utile al potere quando è inutile - Antonio Cipriani

Parafrasando Hannah Arendt, lo spazio pubblico della democrazia vive immerso nella menzogna, e la menzogna è il modo in cui la realtà viene narrata costantemente. Questa premessa per affrontare il tema del titolo: la democrazia è perfettamente utile al sistema capitalista e, nel contempo, rappresenta un gravissimo rischio.

Utile quando il meccanismo di persuasione, propaganda e controllo riesce a celare le brutalità insite nel sistema, distogliendo l’attenzione dall’ingiustizia strutturale del modello economico e sociale basato su sfruttamento, oppressione e dominio del ricco sul povero, del forte sull’inerme. Utile, quindi, quando occhio non vede e coscienza non duole.
Inutile, invece, quando il livello di conoscenza pubblica, insito nel concetto stesso di democrazia, alimenta un eccessivo senso critico nei confronti del potere e mette in dubbio proprio l’architettura brutale, ma flautata mediatica e politica, del sistema. In quel caso a diventare il nemico numero uno del Potere con la P maiuscola è la conoscenza, in tutte le sue declinazioni. La conoscenza come consapevolezza di ciò che viviamo, come lettura di libri non banali e conformisti; la conoscenza come informazione e testimonianza delle efferatezze (basta vedere la mattanza di giornalisti a Gaza).

Insomma la democrazia è utile al Capitale, e alle sue declinazioni politiche, tecnologiche, militari e mediatiche, se non agisce come democrazia, ma come parvenza di democrazia a celare la realtà di un meccanismo spietato. Se i popoli alzano la testa, ecco che vengono archiviati legalità e diritti e si passa sul piano puro e semplice della sorveglianza e repressione. Quando poi ci sono in campo fondamentalismi estremi, espressione di quanto le cose che vanno male possano andare peggio, tipo Trump e Netanyahu, tutto appare ancor meglio definito: la democrazia immaginaria, quando non serve più, con tutto il suo corredo di regole e legalità, si può mettere in un armadio come un cappotto vecchio passato di moda.

Così noi poveri cittadini che pensiamo ancora ai valori come la giustizia uguale per tutti, la legalità internazionale, l’etica, il rispetto civile e altre anticaglie culturali in tempi di zombie, siamo attoniti di fronte al mistero dell’involuzione della specie. Di come sia possibile un tale livello di collaborazionismo ottuso davanti a criminali al Potere che hanno addirittura gettato la maschera, in perfetta alleanza con il sistema militare industriale e alle multinazionali più sfrenate, ritenendo che fosse il momento per decretare, armi in pugno, che il mentire politico è una filosofia morale e la menzogna una forma di verità indiscutibile.

Almeno adesso si vede con chiarezza quello che finora sapevamo ma non si poteva dire per miope convinzione che fosse complottismo, antiamericanismo eccetera.

Sta a noi che siamo cittadini comuni credere che la verità (non il compromesso con la menzogna) sia l’unica arma che abbiamo per scalfire la montagna di bugie che ci governa e ci rende passivamente schiavi dell’1% del mondo che fa il bello e cattivo tempo contro il 99% delle altre persone che tacciono e soffrono.

Ps - Questa frase finale è stata scritta pensando alla disperazione del barbiere anarchico che non sa arrendersi di fronte all’evidenza della sconfitta e pensa sempre che la notte buia finirà e che il seme di chi non si è arreso sarà nel vento per nuove rosse primavere.

da qui

“A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”

(intervista a Lorenzo Guadagnucci di Elisabetta Ambrosi, su ilfattoquotidiano.it)


 “A che servono Sant’Anna di StazzemaMonte SoleCivitella in Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, a che servono i musei, le scuole e i parchi della pace, le cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali? Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso. La nostra memoria è autoreferenzialevittimista, si piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria – Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria – afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme, perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz, fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43 anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si salvò).

Guadagnucci, lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici. Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, in Montenegro. Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali dinamiche della violenza e della sopraffazione, che riguardano anche noi.

Lei sostiene che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito. In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo, l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale, la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica, nella concretezza delle cose, delle scelte politiche.

Per lei una memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria, dall’altro però anche consolatoria e confermativa. Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante di così, è un movimento di rotturarivoluzionario, è quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta l’antifascismo semplicemente come una appartenenzaun’etichetta, qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.

Veniamo a Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah.
Questo libro nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.

Lei quindi pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele, un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.

La memoria, le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione, è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale, non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra, guerra difensivademocratica, sbaglia, anzi commette una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili, sono guerre contro una persona umana.

da qui

 

lunedì 26 gennaio 2026

Tornerà l'America - Pino Farinotti

La letteratura, il cinema, la musica, le avanguardie artistiche e accademiche, i diritti civili, insomma la “nostra” America com’era e che adesso è umiliata, schiacciata, irriconoscibile, senza forze e senza destino, tornerà.

Dello stato degli USA di questa epoca abbiamo notizia ora per ora, non occorrono mie parole per averne l’istantanea. Mi rifaccio a un libro in uscita di qualcuno che conosce bene l’argomento, avendo vissuto in quel paese, Antonio Caprarica:
"Il Bullo - Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente". E io completo … "e ha distrutto l’America". 
Come sempre per ragioni di spazio devo limitarmi a focus su episodi, comunque efficaci ed esemplari. Il “Presidente” versus l’università. Gli aggettivi sopra “umiliata, schiacciata” eccetera vanno implementati. Una vera e propria scure si è abbattuta su Harvard attaccata sulla propria indipendenza e sui diritti costituzionali, e privata di gran parte dei finanziamenti federali. I contributi agli studenti e ai ricercatori sono stati sospesi. Sono stati rivisti i criteri di ammissione di studenti e professori rispetto alle loro posizioni politiche. L’affondo "presidenziale" si è esteso ad oltre 60 atenei. La censura ha ordinato la soppressione di programmi dedicati alla diversità. Credo che possa bastare: un segnale e un modello davvero edificante. 
In tutto l’"affaire Presidente" (non farò il nome): mi risulta incomprensibile come leader di paesi che da millenni hanno creato civiltà e culture, fondato imperi, governato continenti, non riescano a fare argine a quella forza impropria, a questo neo-imperialismo che ci mette tutti in pericolo.

Come spesso nei miei scritti mi concedo una digressione storica, in chiave di affinità. D.T. il Presidente è investito di un potere abnorme, incontrastato, devi tornare indietro nei secoli per scovare delle analogie. Devi tornare agli imperi. Con tutte le relative variabili storiche, civili e umane naturalmente, questo salto può apparire originale, ma non improprio. Ed ecco in azione il meccanismo della memoria che di getto, come internet, sa misurare la qualità e l’importanza. Ed ecco emergere Costantino, Carlo Magno, Carlo V, Napoleone, la Regina Vittoria. Avevano in mano il mondo, come D.T.. Lui ti direbbe subito di essere meglio dell’Imperatore che aveva scatenato sette guerre, mentre lui ne ha chiuse otto. 

L’auspicio mio e di (quasi) tutti è che si appalesino leader capaci di una restaurazione che sappia sorpassare, senza dimenticarlo, l’infortunio di questa brutta stagione. Non può che essere così, lo dice la storia. Ma voglio soccorrere noi tutti, con un promemoria bello e forte, di quando l’America era quella di una volta, repubblica certo imperfetta, ma che quando era il momento accorreva in Europa e in Giappone e sconfiggeva nazismo, fascismo e imperialismo, lasciando là cimiteri con milioni di croci americane. 
Quel tempo e quella guerra, e il dopoguerra cambiarono tante cose. Le prime due parole del mio scritto sono “letteratura e cinema”. Starò a queste due discipline. Prima, nella cultura, nelle biblioteche, nelle librarie, nelle pubblicazioni, nei master, in accademia e nei convegni, prevalevano altre letterature: i russi, i britannici, i francesi, i mitteleuropei, scrittura grande e nobile, ma adesso dall’altra parte dell’Atlantico arrivavano altre forze, gente con addosso l’eredità dolorosa ma ricca e dura della guerra, che raccontava storie nuove e diverse, sesso e azione, disobbedienza, orizzonti di un mondo nuovo, roba potente: quelli, come si dice, “spaccavano”. La mia formazione e la mia generazione e altre, sono figlie soprattutto, non solo, di quel movimento. Avevamo l’età vulnerabile, diciamo prima dei vent’anni, dove leggi, studi, assumi e vieni coinvolto, ti entusiasmi e ti scoraggi. Poi cresci e aggiusti le prospettive. Dico che continuo ad essere “americano” ma sono in buona parte anche “francese”.    

Ancora: sono costretto, dolorosamente, a scelte ed esclusioni, in tutto l’immenso complesso di quella letteratura. Ma le opere emerse fanno parte del cuore e dell’anima di quella nazione. E’ un’eredità che attraverso il tempo e la vicenda umana, arriva a noi. Dico che senza quegli autori, quelle intelligenze, quelle opere, saremmo molto diversi da quello che siamo. Propongo le prime parole di undici libri. Sono poche righe, ma gli incipit sono una sorta di coro greco, di premessa-promessa che anticipa il contenuto intero. Credo che molti conosceranno questi scritti, letti nella stagione che ho detto sopra e allora l’auspicio è che vengano ripresi e riesplorati. Attraverso questa “verifica americana” sarà come tornare alla nostra gioventù, e riscontrare la differenza: come eravamo e come siamo. Sarà bello. 


La lettera scarlatta, 1850 (Nathaniel Hawthorne)

«Una folla d’uomini barbuti, dagli abiti scuri e dai grigi cappelloni a punta, e di donne in cappuccio o a testa nuda, stava raccolta davanti a un edificio di legno, la cui porta di quercia massiccia era guarnita con bulloni di ferro».

Moby Dick, 1851 (Herman Melville)
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.

Ritratto di signora, 1881 (Henry James) 
Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no – c’è della gente che non ne vuol sapere. Quel momento è in sé stesso delizioso, 
un assetto mirabile apprestandomi a scrivere questa storia.
 

Huckleberry Finn, 1884 (Mark Twain)
Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla.

Il grande Gatsby, 1925 (Scott Fitzgerald)
Quand’ero più giovane e vulnerabile, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

L’urlo e il furore,1929 (William Faulkner)
Sette aprile 1928 – Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo vederli giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo steccato. Luster frugava l’erba, sotto l’albero in fiore.

Furore,1939 (John Steinbeck)
Sulle terre rosse dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre cominciarono a sparire sotto una coltre verde. 

Per chi suona la campana,1940 (Ernest Hemingway)
«Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è una parte del continente, una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te».

Il giovane Holden,1951 (G.D. Salinger)
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. 

On the Road, 1951 (Jack Kerouac) 
Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me.

Colazione da Tiffany,1958 (Truman Capote)
Ho sempre avuto una certa nostalgia per i luoghi dove sono vissuto, le case e i dintorni. Ad esempio, in una delle strade di Manhattan tra la Settantesima e l’Ottantesima Est c’è un palazzo di arenaria dove, nei primi anni della guerra, ho affittato il mio primo appartamento a New York. 

Le due discipline: libri e film americani, che dittico potente. Sappiamo tutti cos’era Hollywood nella sua età dell’oro. Quando il cinema portava distrazione e serenità nell’epoca tragica della Grande depressione degli anni trenta, grazie ai film di 
Frank Capra, di Walt Disney, e a quelli con Fred Astaire e Ginger Rogers. E anche durante la guerra il compito dei film non era diverso: i figli delle famiglie americane erano in Europa e nel Pacifico, e non si sa se sarebbero tornati. Il cinema aiutava chi era a casa, soprattutto con la proposta quotidiana di documentari che cercavano di essere rassicuranti. Mi fermo a questo quadro generale perché ai lettori di MYmovies non servono altre mie parole sui titoli che seguono. Li conoscono benissimo.    

E’ davvero superfluo rilevare che tutti i romanzi citati sono diventati film, anche più volte. Chiudo con un mio mantra sul primato della letteratura rispetto al cinema: esistono film tratti da libri; salvo improprie anomalie non esistono libri tratti da film. E dunque: nessuno dei film qui sotto è diventato un romanzo.
A chiudere davvero. Un concetto che conosciamo: resistere, resistere, resistere.
L’America ritorna. 

Quarto potereViale del tramontoUn americano a ParigiUn uomo tranquilloFronte del portoLa parola ai giuratiA qualcuno piace caldoIndovina chi viene a cena2001: Odissea nello spazioApocalypse NowManhattanSchindler’s list.

da qui

I «48Kg» di Batool Abu Akleen

«Una poetessa palestinese di 20 anni… che pare averne migliaia». Il suo libro uscirà a febbraio per Mille Gru Edizioni ed è già in prevendita.

Ecco 6 testi tradotti in italiano da Cristina Viti. (*)

46Kg. Previsioni del tempo

Il cielo si oscura di ali

che fanno piovere morte

non restare in casa

non scendere in strada

non portare l’ombrello

rimanere fermi al sicuro

a leccare la morte che scorre per il volto.

40Kg. Il carretto del gelato

Il gelataio grida:

cadaveri in vendita

per tutte le strade

non c’è tomba che li compri

i cadaveri si sciolgono

lui ripete il suo grido:

cadaveri in vendita

nessuna risposta.

I cani li comprano a prezzi stracciati

loro sì che ne vogliono ancora.

Il gelataio ha promesso

che presto riempirà di nuovo il carretto

e porterà

nuovi cadaveri freschi ghiacciati

come la città.

36Kg. Posto di blocco

Non ascoltare quella voce

non alzare la testa

non abbassare la testa

non voltarti

non essere contento

non essere triste

non canterellare

non chiamare

non aspettare risposta

smetti di aspettare

fermati

ferma.

Ma non si ferma

lui continua a urlare

il tuo silenzio atterrito continua

non hai passato il confine spinato

se lo passi, sopravviverai?

Il rimorso ti rosicchierà le dita

ti strazierà.

Non sopravviverai.

 


35Kg. La vita all’inferno

Mio Dio, quant’è bello.

Ha gli occhi azzurri

la pelle bianca

il sorriso smagliante

è così alto

e l’uniforme militare gli dà l’aria di un perfetto uomo.

Quando si è avvicinato

l’ho visto bene:

il mare nei suoi occhi era il mare che mi ha rubato

il bianco del suo volto i sogni dei bambini che ha ucciso

il sorriso era quello di mia madre, sradicata

quando lui ha cancellato la sua casa dal volto della città

l’altezza è quella delle palme che ha schiantato a terra

l’uniforme serve soltanto a giustificare il nostro sangue versato.

Lui appare in televisione

la parole dolci gli scorrono dalla bocca

veloci come le anime dei bambini che corrono in cielo

il pubblico applaude il protettore che salverà il Paese

dalle pietre lanciate fuori dalla casa di mia madre

e dai feti appesi al ventre delle donne che ha macellato.

Sorride ancora,

è il sorriso che ha appena rubato da un’altra bocca.

Oh mio Dio

quant’è bello

un perfetto candidato

per la vita all’inferno.

 


32Kg. Sono in cielo

Sto seduta in classe con cinquanta persone senza tetto

insegniamo la prima lezione ai piccoli

Surat-al-Fatihah che si recita per le anime

e le preghiere per i corpi.

Sui defunti abbiamo insegnato solo

che sono in cielo

e così i bambini girano per le strade

portano piatti di biscotti che divorano

ridono

giocano

dicono: sono in cielo.

In classe fa irruzione la morte

rivela segreti ai bambini

che improvvisamente crescono

portano i volti dei padri

dai piatti in frantumi fanno case per i fratelli piccoli

dalle gole esce un rantolo:

sono in cielo

sono in cielo.

28Kg. Sole che brucia

Sto bruciandomi le dita

si sciolgono una dopo l’altra

lentamente, come la guerra che va lentamente:

Pollice che impasta pane fresco come i corpi dei martiri

Indice che appoggio sulle labbra della bambina

per scacciare la paura e far maturare la calma

Medio che alzo in mezzo agli occhi

della bomba che non mi ha ancora raggiunto

Anulare che presto alla donna che ha perso

la mano e il marito

Mignolo per fare la pace

con tutto il cibo che ho odiato mangiare

e altre cinque dita per spostare il sole che brucia.

La guerra non finisce

io sto per finire le dita.

Le mie mani si accorciano

le dita crescono

le mie mani si sciolgono

le dita crescono

il mio petto si scioglie,

il cuore,

io mi sciolgo interamente

resta solo il fuoco

che scorre tra le dita della morte

il fuoco può soffocare la morte

ma sono io che muoio soffocata.

 

 

(*) Batool Abu Akleen, ventenne poetessa che vive a Gaza ha scritto un libro, «48Kg», che toglie il fiato per il countdown che innesca: a ogni poesia che leggi il cuore ti si rinsecchisce, il condotto della gola ti si restringe, le corde vocali ti si irrigidiscono, eppure ne viene fuori uno dei canti più vibranti e tragici di una poetessa palestinese di 20 anni che pare ne abbia migliaia.
«48Kg» è uscito nel Regno Unito (per Tenement Press) La 
casa editrice Mille Gru pubblicherà in Italia la raccolta, curata e tradotta da Cristina Viti, nel febbraio 2026.

Acquistare il libro grazie alla prevendita (fino al 26 gennaio) consentirà di riconoscere l’intero ricavato all’autrice, con una percentuale riservata alla traduttrice. La casa editrice si farà carico delle spese di grafica, di redazione e di stampa.

edizione italiana del libro della poetessa palestinese – prevendita fino al 25 gen ’26


Nota dell’autrice per l’edizione inglese
Queste poesie sono arrivate dopo mesi in cui ho rifiutato di scrivere, pensando che la poesia non può cambiare il mondo. Ma le conversazioni con molti amici mi hanno convinto dell’importanza di dare forma a quello che sentivo per poterlo meglio capire. Se scrivere in arabo è stato un processo di formulazione, tradurre le mie poesie è stato un processo di comprensione. In arabo mi stavo perdendo: avevo paura della morte, paura che il mio corpo fosse smembrato senza che nessuno potesse raccoglierlo… ma quando ho iniziato a tradurre, ho fatto pace con la morte. Per quanto stessi cercando di trovare il mio corpo, per quanto fossi persa in senso di colpa, desiderio, compassione e rabbia, accettando che non avrei potuto fermare questo genocidio, potevo almeno scrivere queste poesie e rilegarle traducendo me stessa.
Qui ho raccolto le parti di me che sono riuscita a trovare, in caso non ci sia nessuno che possa farlo se sarò uccisa.
Batool Abu Akleen, 2025.

Batool Abu Akleen è una poetessa e pittrice palestinese. Nata nel 2005 a Gaza, nel 2020 vince il Barjeel Prize con la poesia «Non ho rubato la nuvola». Negli ultimi venti mesi, mentre affronta con la famiglia il genocidio che ha colpito la sua terra e la sua gente, completa la laurea in inglese, organizza corsi di lingua per bambini, lavora come traduttrice in residenza per Modern Poetry in Translation e pubblica la sua prima silloge, «48Kg» (Tenement Press). Con la poesia «Gunpowder» è stata recentemente premiata nella competizione indetta dal London Magazine. Alcuni stralci della sua prosa sono in fase di pubblicazione da Comma Press.

Cristina Viti scrive poesia e traduzioni in inglese, italiano e francese. Fra le autrici tradotte, Elsa Morante (The World Saved by Kids, Seagull Books, 2016), Etel Adnan (Notte, San Marco dei Giustiniani, 2018) Anna Gréki (The Streets of Algiers, Smokestack, 2020) e Mariangela Gualtieri (Beast of Joy, Chelsea Editions, 2018). Tra le sue traduzioni per il teatro, si ricorda Moby Dick alla prova di Orson Welles, in produzione per il Teatro dell’Elfo.

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