mercoledì 29 aprile 2026

Grazia o non grazia - Thomas Mackinson

Nicole Minetti graziata da Nordio e Mattarella. Condannata a 3 anni e 11 mesi: non sconterà nemmeno un giorno - Thomas Mackinson

Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione ma non sconterà neppure un giorno. Nicole Minetti, condannata in via definitiva per Ruby-bis e per peculato nella “rimborsopoli” lombarda, a febbraio è stata graziata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato parere favorevole dopo quello della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano. Mattarella ha firmato. La pena viene così cancellata prima ancora di essere eseguita. Le due condanne – 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali – erano state unificate in un cumulo per un totale di 3 anni e 11 mesi. Nel 2022 si era aperta la fase esecutiva, con fascicolo attivo presso la Procura generale. Ma l’esecuzione era stata sospesa: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza era fissata nel dicembre 2025. Prima ancora di arrivarci, però, è giunta la richiesta di grazia. Il perno fondamentale è la necessità di provvedere a esigenze familiari che devono restare riservate per motivi di privacy. Esigenze ritenute valide dalle autorità e dalle istituzioni competenti che hanno deciso di concederle questo raro atto di clemenza senza dare alcuna pubblicità al provvedimento.

A scoprirlo è stato il programma d’inchiesta Mi Manda Rai3 condotto da Federico Ruffo che domenica dedica un’ampia ricostruzione sulle “rimborsopoli” regionali a cura di Floriana Bulfon. La notizia della grazia concessa a Minetti salta fuori dalla curiosità di capire che fine abbiano fatto quei consiglieri terremotati dalle inchieste.

Contattata ieri dal Fatto Nicole Minetti ha preferito non commentare né rilasciare dichiarazioni in proposito. L’argomentazione è lineare: l’esecuzione della pena – anche in forma alternativa – avrebbe inciso in modo rilevante proprio sulle esigenze familiari che Minetti ha posto alla base della sua richiesta di grazia. Tali per cui la pena non poteva essere eseguita. La riservatezza è dovuta anche all’alto rischio di esposizione mediatica della richiedente dal passato a dir poco “controverso”.

Igienista dentale di Silvio Berlusconi (“Love of my life”), poi consigliera regionale in Lombardia, per un decennio Nicole Minetti è stata una delle figure più riconoscibili – e discusse – di una intera stagione politica e ha segnato a suo modo un’epoca. Dalle “cene eleganti” di Arcore all’esposizione continua, è diventata nel tempo un simbolo di quel sistema: visibilità, fedeltà personale, potere e leggerezza nell’uso dei fondi pubblici. Negli anni in Regione il suo nome finisce infatti anche nell’inchiesta sulla “rimborsopoli” lombarda. La condanna per peculato riguarda l’utilizzo di circa 19 mila euro di fondi pubblici per spese ritenute estranee all’attività istituzionale: pasti, taxi, acquisti personali e altre spese di carattere privato, lontane dall’esercizio del mandato consiliare. Somme che successivamente sono state risarcite.

A distanza di 15 anni il racconto è completamente diverso: la Minetti col gloss che impartiva istruzioni alle Olgettine ha cambiato vita. Nell’istanza di grazia preparata dall’avvocata milanese Antonella Calcaterra, emerge il profilo di una vita ricostruita lontano dalla politica, inserita in un contesto economico internazionale. Accanto a lei, il compagno imprenditore Giuseppe Cipriani, attivo da decenni tra Europa e Uruguay, dove nel 2018 ha avviato quello che nell’istanza viene descritto come il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael.

È in questo contesto che si collocano e maturano le esigenze familiari che hanno consentito a Nicole Minetti di modificare anche la sua posizione giuridica fino all’istanza di grazia accolta lo scorso febbraio.

Nel 2024 la famiglia si è trasferita a Milano, dove lei svolge attività di volontariato certificate. “La signora Cipriani ha svolto volontariato nel periodo aprile 2024 – giugno 2025, in ambito ambulatoriale”, conferma al Fatto la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Ha poi fatto domanda alla Casa della Carità, collabora con la Caritas per il doposcuola nella parrocchia di San Marco, in centro. La prova di un percorso rieducativo – che la stessa istanza assume come già compiuto – non è mai passata attraverso l’esecuzione della pena. La grazia interviene prima di tutto questo. Il decreto è legittimo. La Costituzione lo prevede. Ma resta una scelta discrezionale che farà discutere. Sulla bilancia della giustizia hanno pesato le esigenze familiari della nuova Minetti che chiudono una parabola tutta italiana: da via Olgettina al Palazzo di Giustizia, al decreto di grazia. In mezzo, un Paese che s’indigna ma poi perdona.

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Minetti ha fatto causa per avere il bambino che le è valso la grazia – Thomas Mackinson

Il bambino grazie al quale Nicole Minetti ha ottenuto la grazia ha una madre biologica in Uruguay. Ma ora è scomparsa: il 14 aprile, quattro giorni dopo il primo articolo del Fatto, le autorità hanno diramato un ordine di rintraccio a suo nome. Anche l’avvocata che difendeva quella madre non c’è più: è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, in circostanze sospette. Nulla, ufficialmente, collega questi fatti alla grazia che a febbraio ha cancellato le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Ma più si scava, più le ragioni della grazia traballano. A partire da un presupposto: quel bambino che nell’istanza viene presentato come “abbandonato alla nascita” senza legami familiari non lo era. Gli atti del Tribunale di Maldonado consultati dal Fatto raccontano invece che ancora oggi ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”. Il procedimento si chiuderà in loro favore soltanto il 15 febbraio 2023.

Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (INAU) per un massimo di 45 giorni come “estrema ratio”, vista la situazione della famiglia: madre indigente, padre detenuto. Il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”. Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare. Maldonado è un contesto spaccato: turismo e denaro da una parte, povertà estrema dall’altra. Il 17% della popolazione vive nell’indigenza. I minori dell’INAU finiscono in hogares anonimi: maltrattamenti, adozioni forzate e corruzione — una vera “fabbrica di orfani”. Negli ultimi mesi è esploso uno scandalo nazionale alla notizia di 114 bambini morti in cinque anni.

È in questo contesto che entrano in scena Minetti e il suo compagno, l’imprenditore milionario Giuseppe Cipriani, in rapporti di affari e di piaceri con Jeffrey Epstein, come ha rivelato il Fatto tre giorni fa. La coppia trasferitasi in Uruguay costruisce un rapporto stretto con l’ente pubblico: dona soldi e beni, nei weekend apre il ranch ai bambini. Fra questi c’è anche il piccolo, con genitori così poveri da non potersi permettere neppure un avvocato, tanto da ottenere l’ausiliatoria de pobreza. Ma in che modo entra nell’orbita della ricca coppia italiana? L’Inau, secondo una testimonianza raccolta dal Fatto, portava i minori a pranzo nella tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma era solo per coprire altri traffici”. Il piccolo dopo l’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”. Eppure, “Minetti non ci stava mai, stava sempre e solo con la tata Fatima”. Su come sia arrivato lì, la risposta è piesos, poder e miedo. Soldi, potere e paura.

Ed è qui che emergono altre crepe. Nell’istanza di grazia si sostiene che già nel 2021 Minetti e Cipriani abbiano portato il bambino negli Usa per un delicato intervento chirurgico. Ma all’epoca non avevano ancora alcun diritto a farlo. Come ha potuto espatriare? Forse con lo stesso jet privato con cui– secondo la testimonianza resa al Fatto – arrivavano e partivano anche le “ragazze” dal ranch di Punta del Este, aggirando i controlli dell’immigrazione?

L’avvocata dei genitori biologici non può più rispondere: Mercedes Nieto, 49 anni, è morta il 15 giugno 2024 insieme al marito, anche lui avvocato, carbonizzati nella loro casa di vacanza a Garzón. Si indaga per duplice omicidio. “Non posso fornire informazioni — dice al Fatto il procuratore Sebastián Robles — tutte le piste sono aperte, compresa quella delle cause che patrocinavano”.

Un’altra crepa incrina il pilastro “clinico” della grazia, dopo quello sulla presunta “nuova vita” di Minetti. I legali sostengono che nell’ottobre 2021, grazie a Cipriani e Minetti, il bambino sia stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova. Per tale ragione, scrive l’avvocato, il bambino sarebbe stato operato negli Stati Uniti. Quei pareri contrari, citati nella copia visionata dal Fatto, tuttavia, non sono stati numerati e allegati all’istanza. Il professor Pietro Mortini del San Raffaele, i professori Luca Denaro e Maurizio Iacoangeli a Padova non lo hanno mai visto. Il minore non risulta tra i pazienti dell’ospedale.

L’istanza firmata dall’avvocato Antonia Calcaterra evidenzia che l’intervento a Boston non è stato risolutivo, tanto che all’ultimo controllo del 16 aprile 2025 sono emersi rischi di recidiva e complicazioni. Allega una dichiarazione dell’équipe che indica come “necessaria la costante presenza della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul suo piano di trattamento”. Calcaterra, contattata dal Fatto, spiega di aver depositato l’istanza “prima dell’estate”. Il 3 dicembre era fissata l’udienza per l’esecuzione dell’affidamento in prova ma salta proprio perché interviene quella richiesta al Capo dello Stato.

Ma sono stati svolti accertamenti o ci si è limitati a recepire quanto dichiarato nell’istanza? Cinque minuti d’auto separano la Procura da via Fatebenefratelli dove, 15 anni fa, Minetti disse ai poliziotti che Ruby era nipote di Mubarak. Insieme alla pena, il “perdono di Stato” cancella pure la memoria?

La procuratrice Francesca Nanni ha detto al Fatto di non aver mai letto quella pratica: “Se non presenta aspetti specifici di particolare delicatezza, viene gestita in automatico e io non ne vengo informata”. Dunque per Milano non era un caso delicato. Per il Quirinale sì, al punto da tenere segreta la grazia fino al nostro articolo 10 aprile scorso.

Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si trasferiscono in Italia. Il 18 settembre, tre mesi dopo la morte degli avvocati di Garzón, il settimanale “Chi” dedica quattro pagine alla nuova vita di Nicole Minetti. Lei elegante, il bambino che corre e gioca ai giardini Montanelli, davanti all’hotel-boutique Casa Cipriani. Lei e lui in tenuta sportiva che fanno la spesa. “Chi” è Mondadori, che è Fininvest, che è la famiglia Berlusconi, per il cui fondatore Minetti “favoreggiava” la prostituzione. Il cerchio, almeno editorialmente, si chiude. La storia invece no. Quattro giorni dopo la nostra inchiesta, il Ministero dell’Interno uruguaiano diffonde un avviso nazionale con la foto: María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. E’ la madre biologica del bimbo al centro della grazia a Nicole Minetti. L’ultima traccia di lei risale a metà febbraio. Negli stessi giorni, Nordio e Mattarella – nel silenzio dei palazzi romani – firmano. A settembre 2024 quel bimbo molto malato corre e gioca ai giardini Montanelli, a due passi da Casa Cipriani.

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Grazia a Nicole Minetti, Mattarella chiede chiarimenti a Nordio dopo gli scoop del Fatto: “Acquisire con urgenza informazioni” - Thomas Mackinson


 “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.

Con questa nota il Quirinale prende una posizione netta sulla vicenda rivelata dal Fatto Quotidiano della grazia concessa a febbraio a Nicole Minetti. Il Colle, di fatto, ripassa la palla al dicastero di via Arenula. La legge prevede che il giudizio del Capo dello Stato si debba basare sull’istruttoria trasmessa dal Guardasigilli Carlo Nordio, a cui spetta lo specifico onere di verificare la veridicità delle pratiche e chiedere ulteriore documentazione. Controlli che, evidentemente, si sono rivelati quantomeno carenti, compresi quelli della Procura Generale di Milano che aveva dato il primo via libera (non vincolante) alla richiesta.

Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che vengono prospettati e fonda la propria decisione sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal ministro della Giustizia, ricordano fonti del Quirinale. Nel caso in questione – si rileva – il Procuratore generale di Milano e il ministro Nordio hanno motivato il loro parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova della Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. Fonti del Quirinale, a questo proposito, fanno notare che la richiesta è stata rivolta al ministero della Giustizia, competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come affermato dalla Corte Costituzionale con una sentenza del 2006.

L’istanza depositata prima dell’estate 2025 dai legali di Nicole Minetti, stando all’inchiesta del Fatto, era carente sotto vari profili. Indicavano il minore adottato in Uruguay come “abbandonato alla nascita” e privo di legami, quando gli atti del Tribunale di Maldonado acquisiti dal Fatto dimostrano che il bambino aveva in realtà due genitori biologici. Minetti e il compagno milionario Giuseppe Cipriani non hanno accolto un orfano, ma hanno intentato una causa civile per togliere la patria potestà ai genitori naturali, approfittando della loro estrema miseria.

Per giustificare la necessità per la Minetti di viaggiare all’estero (aggirando l’affidamento ai servizi sociali in Italia), l’istanza sostiene che due centri d’eccellenza, il San Raffaele di Milano e l’Ospedale di Padova, avessero sconsigliato di operare il minore, rendendo “imprescindibili” le cure al Boston Children’s Hospital. Contattati dal Fatto, i primari di quelle strutture hanno smentito categoricamente: non hanno mai visitato il bambino, il suo nome non è a terminale, e hanno confermato che quegli interventi si fanno comunemente e con successo anche in Italia.

Il contesto dell’adozione gronda misteri. Negli stessi giorni di metà febbraio 2026 in cui a Roma si firmava la grazia, in Uruguay la vera madre biologica del bambino (la 29enne María de los Ángeles González Colinet) scompariva nel nulla, costringendo la polizia locale a diramare un avviso di rintraccio. Un mistero che si incrocia con la morte dell’avvocata d’ufficio che aveva difeso la famiglia biologica, Mercedes Nieto, trovata carbonizzata in casa col marito nel 2024: un caso oggi indagato per duplice omicidio.

Per dimostrare il totale ravvedimento dell’ex consigliera, i legali hanno garantito sulla rettitudine del suo compagno Giuseppe Cipriani, definito un mecenate “lontano da contesti di devianza”. I documenti americani (Epstein Files) consultati dal Fatto svelano invece che l’imprenditore era finanziato “a strozzo” dal pedofilo Jeffrey Epstein. Testimonianze dirette dall’Uruguay confermano inoltre che, proprio nella tenuta in cui la coppia ospitava a favore di telecamera i bambini dell’orfanotrofio, si consumava in realtà un incessante giro di squillo d’alto bordo e minorenni gestito dalla stessa Nicole Minetti, che dunque non avrebbe “cambiato vita”.

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martedì 28 aprile 2026

Blocchi navali

 


(a cura di Francesco Masala)

La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.

In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:

I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)

Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)

Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)

Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).

Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).

Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.

L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).

 

Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?

 

Provate a leggere queste righe:

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

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Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).

 

Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:


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In Praga – Romanzo di una città - Maurizio Fantoni Minnella

(recensione di Francesco Masala, pubblicato da Catelvecchi, nel 2021, 18,50€)


Credo che per Maurizio Fantoni Minnella Praga sia una seconda casa, o anche più. L’autore, che ha visitato Praga tante volte, non da turista del centro storico, soffre, in misura crescente nel tempo, per la trasformazione della città in una destinazione del turismo (ignorante) di massa.

Chi ha visitato Praga più volte negli ultimi decenni non può che concordare col grido di dolore dell’autore.

Il libro non è una guida per turisti frettolosi, ma più un libro di ricordi vivi, che si divide in tre parti:

la città misteriosa

la città ritrovata

la città esibita.

L’autore ricorda i suoi amici e conoscenti di Praga, Honza, Karel, Alexej, Milada, Marie, e non solo, quasi nessuno dei visitatori di Praga potrebbe citare un conoscente praghese in carne e ossa.

Alla fine del libro si trova una preziosa e completa, o quasi, bibliografia praghese

Un libro da leggere, per gli amanti di Praga.

 

 

Nota introduttiva dell’autore:

Vi sono libri che narrano di luoghi e di viaggi come On the road di Jack Kerouac, Siddharta, di Hermann Hesse o In Patagonia, di Bruce Chatwin, che per la particolare forza espressiva, hanno generato autenti­che vocazioni allo spostamento, al nomadismo. Tra questi ve n’è un altro particolarmente felice, Praga magica di Angelo Maria Ripellino, che è un coltissimo atto d’amore verso la città di Praga, scritto proprio durante il periodo in cui le autorità ceche gli avevano negato il visto d’ingresso.

Chi, come me, negli anni del socialismo reale, aveva scelto di oltre­passare la cortina di ferro recandosi a Praga, il libro del grande poeta, slavista e intellettuale palermitano, lo ha conosciuto in seguito, letto, amato e utilizzato come inesauribile fonte d’ispirazione.

Il presente volume, lungi dal volersi minimamente confrontare con quel modello inarrivabile, è un viaggio alla ricerca di una città perduta e ritrovata, attraverso i molteplici fili dipanati dalla storia, dalla cultura e dall’esperienza di un io narrante che alterna la pura narrazione di viaggio dentro la città, alle storie di alcuni suoi abitanti.

L’autore ritorna nella città vltavina, dopo venticinque anni di as­senza, con il preciso intento di riannodare i fili di un discorso sospeso ma mai veramente interrotto, in cui s’intrecciano i destini dei suoi abitanti con quello dei luoghi, delle architetture. Non nella Città d’Oro, nella Praga magica del mito letterario, insomma, ma in quella reale, quotidiana, vi è la ragion stessa di questo libro, il suo porsi, dunque, al di là di quello stesso mito che aveva spinto l’autore, moltissimi anni addietro, a giungere a Praga e a stabilire con essa un’intensa relazione durata poco meno di quattro decenni.

Infine, ogni volta che sento nominare la parola Praga (e sono molte, ormai!) è sempre la medesima esclamazione: «Bellissima».

Perchè solo adesso e non ieri o in epoche a noi più vicine?

Credo esista una sola spiegazione: dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Urss e la conseguente “apertura” dei confini, la bellezza “ritrovata” di città come Praga rimaste in ombra durante il lungo periodo socialista sono diventate un brand economico al quale rispondere con una sorta di passività estasiata e altresì compiaciuta come di fronte a un assoluto sublime, ma senza una vera vita.

 

 

Ps (del recensore): Ci sono città (penso a Praga, ma anche a Salisburgo) nelle quali un turista, nelle vie di sfruttamento turistico, più facilmente può incontrare un concittadino in vacanza, che non un cittadino di quelle città. Eppure basta prendere le strade meno battute (direbbe Robert Frost) o cambiare quartiere e si diventa meno turista e un po’ viaggiatore. Non si incontrano gli inglesi alticci che vanno a Praga per le pazze giornate di addio al celibato, tutto costa meno, birra e lavoratrici del sesso incluse, e si incontrano le persone che vanno a fare la spesa, visitano i giardini coi bambini e a stento conoscono l’inglese. E forse la differenza fra turista e viaggiatore è che il primo vuole che gli indigeni parlino la sua lingua e siano al suo servizio.

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lunedì 27 aprile 2026

I fatti e le manipolazioni del 25 aprile a Milano

 

«Brigata Ebraica» e corteo 25 aprile: i fatti e le manipolazioni

Alessandro Lanzani (fotoreporter) – testimonianza ripresa dai social.

Io, al corteo del 25 aprile a Milano, c’ero: dall’inizio fino all’uscita della Brigata Ebraica.
Ci sono 4 video qui puntuali; vedi sotto Credo che di fronte alle distorsioni propagandistiche e manipolazioni che stanno emergendo in queste ore valga la pena di riferire alcuni fatti

 A questo punto in pochi minuti prima centinaia poi qualche migliaio di persone che arrivavano da San Babila per andare al corteo hanno visto la scena e si sono fermati costruendo spontaneamente un muro di persone.
Il 99% di queste persone si è fermato spontaneamente quando ha capito cosa stava succedendo e ha visto
– Bandiere di Israele
– Bandiere statunitensi

– Bandiere iraniane dello Scià
– Bandiere georgiane
– Cartelli favorevoli a Trump che ringraziavano per il bombardamento dell’Iran.

 I militanti organizzati di movimenti associazioni o partiti erano avanti come nel caso dell’Anpi o erano indietro come nel caso della Cgil, di altri sindacati e movimenti.

 La marea umana è cresciuta spontaneamente in pochi minuti: una marea popolare e non gestita da nessuno .

 Nonostante tre accordi di strada con le forze dell’ordine per l’uscita della Brigata Ebraica (e aggregati) i soggetti in questione non uscivano. Che si fosse raggiunto un accordo lo si desume dai video e dal fatto che la Digos ordinava alla Mobile di aprire un varco verso via Senato

 Questi tentennamenti della B.E. hanno messo in difficoltà le forze dell’ordine e ha rischiato di far salire ulteriormente la tensione .

 Nessun coro  ha mai cantato oscenità  sulle “saponette mancate ”  o simili; se a Fiano uno glielo ha detto era uno e vale per uno; le altre migliaia possono dire no .

 Le forze dell’ordine, nonostante le critiche degli strateghi da tastiera, sono riusciti a gestire una situazione estremamente complicata: non è volato un manganello, nonostante ci fossero continui tentennamenti e false partenze da parte della B.E.

 La volontà  popolare non eterodiretta da partiti o movimenti  è riuscita in modo sostanzialmente pacifico ad evitare la solita sceneggiatura che abbiamo visto in questi anni e a segnare una pagina storica nella storia di Milano.

Uno spunto di riflessione per tutti dirigenti militanti e semplici cittadini

Alessandro Lanzani
Fotoreporter

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Antisemitismo (con polemica) al 25 aprile di Milano? La versione diversa del Laboratorio Ebraico Antirazzista: “Noi accolti con applausi e affetto”

Da Delrio a Crosetto. Fioccano da ore sulle agenzie di stampa accuse di antisemitismo per la pesante contestazione alla Brigata Ebraica avvenuta al corteo del 25 aprile a Milano. Un fuoco incrociato proveniente da diversi schieramenti. Si parla di razzismo, estremismo e odio verso la stella di David. La versione però traballa di fronte a un altro racconto, quello degli esponenti del Laboratorio Ebraico Antirazzista e della rete Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pace. Il loro cordone, che non ha fatto certo mistero dell’identità ebraica, non solo non ha ricevuto critiche ma è stato accolto con entusiasmo e serenità da chi era in piazza.

I due gruppi erano presenti alla manifestazione con due striscioni. “Ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo”, e “Cessate il fuoco, voci ebraiche per la pace”. Nessuna bandiera nazionale. I partecipanti assicurano di non essersi mai sentiti minacciati o a rischio. Ieri come gli anni precedenti. “Questa è stata la nostra terza partecipazione al corteo del 25 aprile” racconta al Fattoquotidiano.it Eva Schwarzwald della rete Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pace. “Abbiamo sfilato con i nostri striscioni con assoluta tranquillità, ricevendo un sacco di applausi dai cittadini che stavano sui marciapiedi, anche più degli anni scorsi. Dissentiamo fortemente da quanto continua a dire il presidente della Comunità ebraica Walker Meghnagi che sappiamo essere di destra e vicino al presidente La Russa. Se tu non provochi, come ha fatto la Brigata ebraica con le bandiere israeliane, la gente capisce. Io sono ebrea al 100% ma non voglio che lui parli a mio nome” aggiunge, spiegando di aver abbandonato la Comunità ebraica di Milano. “Mio nonno era un socialista picchiato dai fascisti, mia madre non ha potuto insegnare per colpa delle leggi razziali e mio padre è scappato da Dachau. La mia storia è questa, non è che ci siano tanti dubbi. Eppure non sento il bisogno di appellarmi a Mattarella per l’antisemitismo. Semmai sento il bisogno di chiedere un mondo diverso, più umano. L’antisemitismo esiste, è sempre esistito e continuerà a esistere. Ma non si blocca così, si blocca seguendo la linea del dialogo come abbiamo fatto con i palestinesi. Il problema è che oggi viene considerato antisemita qualsiasi attacco al governo israeliano e a Netanyahu”.

La rete Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pacenata nel 2024, lavora spesso accanto al Laboratorio Ebraico Antirazzista, una realtà che riunisce giovani ebrei italiani fortemente critici verso le politiche del governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese in Cisgiordania e a Gaza. Non negano la presenza nella società dell’antisemitismo ma rifiutano la strumentalizzazione politica fatta per silenziare e squalificare le proteste contro Netanyahu e dei suoi alleati. Negli ultimi due anni, come altri gruppi di ebrei per la pace sorti soprattutto negli Stati Uniti, hanno promosso eventi e manifestazioni per chiedere il cessate il fuoco nella Striscia e denunciare i crimini di guerra dell’esercito di Tel Aviv. Una delle ultime campagne vuole denunciare la “complicità e l’indifferenza del governo italiano e dell’Unione Europea nei confronti del genocidio del popolo palestinese di Gaza”.

Entrambe le realtà, che si ispirano ai valori dell’antirazzismo e dell’uguaglianza, si sono trovate più volte in contrasto con le dichiarazioni delle Comunità ebraiche, in particolare quella di Roma e Milano. Le posizioni sono molto distanti. Dopo la manifestazione di ieri il presidente della Comunità milanese, Meghnagi, ha accusato l’Associazione di partigiani di aver “organizzato l’allontanamento della Brigata perché sin dall’inizio aveva detto no agli ebrei al corteo”. E ha aggiunto: “Le bandiere di Israele? Nessuno aveva detto di non portarle”. Erano accompagnate da una gigantografia di Trump e i vessilli del principe iraniano Reza Pahlavi. Nel gruppo della Brigata ebraica c’era anche Eyal Mizrahi, il presidente dell’associazione Amici di Israele, finito al centro delle polemiche per la famigerata frase “definisci bambino” rivolta a Enzo Iacchetti in diretta tv.

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